Il nuovo volto degli Stati Uniti d’America

L’amministrazione Trump, che ha avviato la più profonda revisione del codice fiscale statunitense dal 1986, ha l’obiettivo di rivitalizzare l’efficienza e la produttività degli Stati Uniti, sviluppando internamente l’indotto e migliorando la competitività. Con effetti che, a partire da un settore dai grandi numeri come l’automotive, si stanno già manifestando e di cui le aziende
meccatroniche alla ricerca di nuovi mercati devono tener conto.

a cura di Stefano Scuratti, Galileo Business Consulting e Consulente Area Internazionalizzazione di AIdAM

Durante i consigli direttivi di AIdAM, aperti a tutte le aziende iscritte all’associazione, abbiamo presentato attraverso la Sace Export Map le opportunità da un punto di vista macroeconomico nazione per nazione, definendo gli Stati Uniti d’America come il primo mercato per la meccanica strumentale italiana fuori dall’Unione Europea.
Alcuni dati confermano chiaramente queste affermazioni: non tanto per il numero di residenti negli Stati Uniti, che contano comunque 325 milioni di abitanti, quanto per gli acquisti di meccanica strumentale italiana fatti ogni anno per un valore complessivo che ha raggiunto gli 8,3 miliardi nel 2017, con una crescita media stimata a 9,1 miliardi nel 2020 (dati SACE Export Map, febbraio 2018). Vediamo di seguito alcune delle possibili cause di questo importante sviluppo.

La riforma fiscale
L’amministrazione Trump ha operato la più profonda revisione del codice fiscale statunitense dal 1986 e le conseguenze si faranno certamente sentire, visto l’effetto immediato dei provvedimenti sull’anno fiscale 2018. Negli ultimi 8 anni, gli USA hanno permesso alle proprie aziende di tassare gli utili sviluppati all’estero solo nel caso in cui fossero riportati nella nazione. Tale processo ha però provocato un effetto estremamente negativo per l’economia americana, cioè il mantenimento di strumenti finanziari e, in gran parte, di contanti fuori dagli USA per un totale di circa 3 miliardi di dollari.
La riforma fiscale “House GOP Tax Bill” ha segnato un cambio epocale per la fiscalità americana in due principali filoni. Il primo è stato quello di portare le tasse federali a un massimale del 20% contro un recente massimale 35%; il secondo quello di eliminare le tasse sui profitti sviluppati all’estero. Tali profitti, infatti, saranno tassati dalla nazione in cui si sono sviluppati. Per quanto riguarda il rimpatrio degli utili già sviluppati in precedenza e accumulati all’estero, la nuova normativa prevede un pagamento una tantum del 15% per rimpatriare gli utili in contanti e dell’8% per gli asset meno liquidi.

Rivitalizzare efficienza e competitività
Gli Stati Uniti mirano chiaramente a rivitalizzare l’efficienza e la competitività produttiva della nazione, sviluppando internamente l’indotto della propria industria e migliorando la competitività del proprio sistema industriale e politico nei confronti dell’Asia e dell’Europa. Un primo effetto della scommessa dell’amministrazione Trump è stato il mantenimento in America di diverse aziende già pronte a investire nella vicina area NAFTA e, per quanto riguarda il recupero di capitali esteri, l’annuncio che Apple ha fatto all’inizio del 2018. La società di Cupertino, infatti, per effetto della nuova fiscalità pagherà circa 38 miliardi di euro di tasse per recuperare centinaia di miliardi dall’estero riportati negli Stati Uniti. La stessa società ha dichiarato di avere un piano per investimenti in strutture di circa 30 miliardi per i prossimi 5 anni, con uno sviluppo stimato di 20.000 nuovi posti di lavoro. All’annuncio è seguito un aumento di prezzo sul mercato azionario di circa l’1,7% con un nuovo record di $179,10 (Bloomberg, Technology, 18 gennaio 2018). Come nel caso di Fiat Chrysler, anche Apple ha disposto per i propri dipendenti bonus azionari per un valore di circa $2.500.

I numeri del settore automotive
La Motor & Equipment Manufacturer Association (MEMA) ha dichiarato all’inizio del 2017 che il settore delle produzioni per parti di automobile è cresciuto del 19% dal 2012, interessando più di 870.000 dipendenti. Questa industria impiega oltre 4 milioni di americani, se si considerano anche i lavoratori indiretti, e rappresenta circa il 3% dei lavoratori nel manifatturiero americano, nonché il 2,4% del PIL.
Il presidente e AD dell’associazione, Steve Handschuh, riconosce nel breve termine uno sviluppo molto importante e spesso sottovalutato del settore automotive. Se, infatti, tradizionalmente per automotive si intendeva esclusivamente il prodotto autovettura, oggi il settore è un vero e proprio incubatore di nuove tecnologie applicate in primo luogo all’auto, ma non solo. L’industria automotive negli USA, una delle maggiori nel mondo, ha prodotto circa 12 milioni di autoveicoli nel 2016, con vendite di circa 17,5 milioni di unità. Il settore ha beneficiato della costruzione di 32 impianti di produzione in 14 Stati per un investimento complessivo di circa 75 miliardi di dollari. Sono 16 gli Stati dove si trovano strutture di R&S per servire i bisogni del comparto automotive. Come dichiarato da Auto Alliance, a fronte dei circa 105 miliardi di dollari spesi a livello mondiale, gli investimenti in R&S negli USA ammontano a 18 miliardi.

Una nuova definizione di competitività nazionale
Se negli ultimi decenni soprattutto i piccoli Stati utilizzavano la fiscalità come unico mezzo per attrarre investimenti, oggi sia gli USA che la stessa Inghilterra pongono sul piatto due importanti incentivi. Da un lato, un drastico abbassamento delle tasse per competere con gli Stati emergenti e, dall’altro, incentivi per investimenti tecnologici destinati alla crescita, coinvolgendo in questo rapporto un tasso di occupazione sempre più alto.
L’intesa ha quindi tre attori: Stato, azienda e forza lavoro. Il piano di sviluppo della fabbrica 4.0 in Italia sembra anch’esso incastonato nei piani di re-shoring messi in atto da diverse nazioni occidentali. Servirebbe forse accompagnarlo a un più severo taglio fiscale che permetta una maggiore attrazione di investimenti diretti esteri.